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lunedì, 22 marzo 2004
Portatore nano
Inaugurando la prima pietra di un ospedale scampato alla cura Tremonti, il cavalier Berlusconi ha spiegato che il terrorismo si combatte con gli eserciti di occupazione: un po' come se l'Italia, ai tempi delle Br, si fosse fatta invadere e bombardare dagli americani o come se ora, per stanare Provenzano e Messina Denaro, facesse invadere e bombardare la Sicilia dagli inglesi e dai polacchi. Al termine della lucida lezione, anziché sottoporlo ad accertamenti, i sanitari lo hanno lasciato uscire. Ma lui ha promesso di tornare: «Fra tre anni, ancora da presidente del Consiglio». Per inaugurare la seconda prima pietra.
Con la cazzuola in mano, a ricordo dei suoi trascorsi di apprendista muratore nella P2, il Cavaliere ha dispensato agli altri pazienti varie perle di saggezza. « A Baghdad dobbiamo fare in fretta per dare un governo democratico all'Iraq». Chiunque rincorresse ancora vecchi concetti obsoleti come l'autodeterminazione dei popoli, si vergogni e arrossisca: il governo all'Iraq glielo dà lui, direttamente dalla Brianza. Alla svelta. Sarà un governo «democratico»: lo dice lui, il portatore nano di democrazia. Ora c'è da augurarsi che la nuova tendenza di esportare la democrazia si diffonda. Domani salterà su il premier della Nuova Zelanda e si metterà in testa di dare un governo democratico allo Zambia. Poi il premier dello Zambia si sveglierà un mattino e si sforzerà di dare un governo democratico alla Mongolia. Poi il premier della Mongolia farà di tutto per dare un governo democratico alla Malesia. E così via, finché qualcuno si deciderà a dare un governo democratico all'Italia. Intanto a Baghdad, quando gli iracheni potranno finalmente votare, avremo un bel governo fondamentalista islamico che finanzierà il terrorismo in tutto il mondo. Così l'esportazione della democrazia sarà finalmente compiuta.
Poi c'è il problema della strage di Madrid: seccante, soprattutto per l'amico Aznar. Dopo anni di ripetizioni, si era convinto a raccontare qualche balla anche lui. Ma non l'hanno capito. 0 forse l'hanno capito troppo bene. «Attacchi maramaldi», commenta amaro il Cavalier Bugiardoni. Ne ha parlato a lungo con i collaboratori che ogni tanto raduna in casa per vincere il complesso del nano: Baget Bozzo, Cicchitto e Bondi, tutta gente che fa sentire un gigante perfino lui. Baget Bozzo ha elaborato una nuova teoria: «Dopo ]11 marzo l'Italia potrebbe approfittare del cambiamento dì rotta della Spagna perché è difficile che nell'immediato futuro Madrid conti come contava prima». Ecco, grazie alla strage si spera che la Spagna conti ancor meno dell'Italia di Berlusconi. Almeno per un po'. Bisogna approfittarne di corsa, stando attenti a non calpestare i cadaveri.
Il vertice dei quattro nani, però, ha prodotto un'altra sensazionale scoperta sulla strage di Madrid: «Sono convinto - sostiene Berlusconi - che in qualche modo l'Eta abbia avuto una parte negli attentati dell' 11 marzo. Ragioniamo: vi pare che un terrorista lasci lo zainetto con il telefonino?». Per lo 007 di Arcore e il suo speciale pool antiterrorismo, lasciare zainetti con telefonini è tipico dell'Eta, un islamico non lo farebbe mai. In Spagna, da anni, appena vedono uno zainetto (meglio se accompagnato da un telefonino) tutti pensano subito ai baschi. Lo ha detto anche Bondi, che quando era comunista fece un viaggio delle pentole in Spagna. Insomma, in caso di attentaci in Italia, siamo in buone mani. D'altronde - come confidò lui stesso a Renato Farina la notte di Natale - fu proprio il Cavalier Bugiardoni a sventare con le nude mani un attentato di Bin Laden alla basilica di San Pietro e, contemporaneamente, alle metropolitane di Roma e Milano. Resta da capire come mai, dopo aver visto Al Qaeda dappertutto, e soprattutto dove non c'era (vedi l'Iraq), il nostro statista si ostini a non vederla dove la vedono perfino i servizi segreti, la polizia e il governo uscente dell'amico Aznar.
Meglio parlar d'altro. Per esempio del Milan, che siccome è tornato a vincere, è di nuovo il «Milan di Berlusconi». «Perde perché non me ne occupo più», ripeteva il Cavaliere fino all'anno scorso. Ora vince perché se ne occupa di nuovo. Anzi, da sempre (fin da quando era dell'Inter). «Sono 18 anni che faccio la formazione, detto le regole e compro i giocatori, ma si parla sempre del Milan di Sacchi, di Zaccheroni, di Ancelotti, Mai del Milan di Berlusconi. Sembra che io non esista». Anche in tv, c'è sempre Rutelli e lui mai. Fortuna che è «abituato a portare la croce», come quel suo collega di duemila anni fa. Ora minaccia di portarla ancora a lungo: «Come sapete sono immortale», e quanto alle prossime elezioni «mi sono fatto spiegare da Putin come si prende il 71%». Semplice, deve aver risposto Putin: si sterminano 200mila ceceni su un milione, si gasano i terroristi e le loro vittime nei teatri, si fa arrestare l'aspirante leader dell'opposizione il giorno dopo la candidatura e il gioco è fatto. Il 71%, però, è poco. La prossima volta, il Cavaliere potrà chiedere lumi a Gheddafi o al Fidel Castro o (se parla ancora) a Saddam: quelli arrivavano, quando andava male, al 99 per cento. Quando andava bene, al 101
Tutto quello che volete sapere su: b silvio berlusconi bdomenica, 21 marzo 2004
MORTO UN AIGOR SE NE FA UN ALTRO
È un vero peccato che la controriforma dell'ordinamento giudiziario non sia ancora in vigore. Se il Parlamento non avesse battuto la fiacca e l'avesse approvata in tempo utile, avrebbe risparmiato al Cavaliere la doppia catastrofe di due giorni fa, quando un pugno di magistrati ancora pericolosamente indipendenti dal potere politico hanno smontato le due patacche più pregiate del Premiato Bufalificio di Arcore. A Torino la superballa della Telekom Serbia con i superballisti Marini e Volpe, reclutati per trasformare Prodi, Fassino e Dini in tangentari. A Perugia il presunto complotto del Bar Mandara, inventato da Berlusconi e Previti per accusare Ilda Boccassini, Gherardo Colombo e gl'investigatori dello Sco di aver truccato carte, fabbricato prove, manipolato bobine. L'on. avv. pres. prof. ind. Gaetano Pecorella, che ogni tanto confessa aveva lanciato l'allarme fin dall'estate scorsa: «II problema non è il rapporto fra i magistrati e questo o quel partito. E eh ormai la magistratura si comporta come un potere a sé, che non risponde a niente a nessuno». Praticamente rispetta la Costituzione, articolo 104: »La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Un cancro da estirpare subito, senza indugi. Non gli han dato retta, e questi sono i risultati. I giudici di Torino, senza consultare nesso no, si permettono di arrestare un galantuomo come Antonio Volpe, molto apprezzato dal commissario tangentaro Alfredo Vito. Il pm Silvia Della Monica, Perugia, senza chiedere niente a Previti si azzarda a chiedere di archiviare l'inchiesta sul bar Mandara, frustrando le aspettative del Cavaliere e dei suoi cari. Ora, certo, si provvederà al più presto alla controriforma, onde evitare che simili episodi si ripetano in futuro. Ma intanto la frittata è fatta. E bisognerà inventarsi qualche altro pataccaro pret à porter, tipo Aigor e Volpe, per nascondere le mazzette ai giudici e inventare qualche altra calunnia contro Prodi e il pool di Milano. Il prossimo potrebbe dire di aver visto Prodi rapinare una banca, Colombo borseggiare una vecchina, Boccassini al volante di un tir carico di droga. I telegiornali di regime e "Porta a porta" provvederanno a rilanciare per qualche mese le «rivelazioni» del «supertestimone», Trantino e Caldaroli a magnificare il «nuovo Pico della Mirandola». Nel frattempo si dovranno mettere i magistrati al guinzaglio del governo prima che qualcuno di loro, ovviamente «matto e psicolabile», smascheri anche queste bufale.
Poi però bisognerà soddisfare anche Emanuele Macaluso, che l'altroieri scriveva affranto a Paolo Mieli per denunciare le impronunciabili «contumelie» proferite da un pm di Bari (capoluogo di regione), Leonardo Leone de Castris, contro il suo imputato Francesco Forleo, l'ex questore accusato di concorso nell'omicidio di un contrabbandiere abbattuto a fucilate da poliziotti in elicottero. Talmente impronunciabili che Macaluso non le cita, limitandosi a stigmatizzare «il linguaggio sprezzante e ingiurioso che un magistrato non dovrebbe usare mai nei confronti di un cittadino». Con grave sprezzo del pericolo, le presunte contumelie le cita Mieli nella sua vibrante risposta (un fatto »inquietante, concordo al cento per cento»). Eccole: «(Forleo) voleva un risultato a qualunque costo, anche mettendo in pericolo l'equipaggio» e manifestava - ci scusino i lettori per la crudezza del linguaggio - «indifferenza per il valore della vita, sciatteria, approssimazione, ignoranza, cattiveria, inutile aggressività e gratuita ferocia». Parole inaudite, si capisce. «Contumelie inquietanti». Un pm che si rispetti, per chiedere al tribunale di condannare un questore a 14 anni per concorso in omicidio, dipingerebbe l'imputato come un galantuomo pio e scrupoloso, padre e marito esemplare, un pacioccone che non farebbe male a una mosca. Ragione di più per approvare al più presto la controriforma. Quando finalmente i politici controlleranno la magistratura, potranno distribuire un prontuario degli aggettivi da usare e non usare nelle requisitorie, a cura di Mieli e Macaluso. Occorre affrettarsi.
Tutto quello che volete sapere su: commissione telekom serbiaLIFTING DI BRONZO
Ci si era sempre domandati in base a quali requisiti, nei provini pre-elettorali ad Arcore, il Presidente Selezionatore scegliesse i suoi candidati. Come fossero usciti, insomma, volti non proprio accattivanti come il senatore Schifani, detto anche Minority Riport, o il devoto Bondi, alias Pallore Gonfiato. Ora, dopo i primi commenti sulla supercalunnia di Telekom Serbia, almeno un requisito è chiaro: la faccia di bronzo. Ce ne vuole uno strato piuttosto spesso, di bronzo in faccia, per continuare ad accusare Prodi e gli altri politici calunniati tramite la premiata ditta «Marini, Volpe & Flli», anziché scusarsi con loro e andare a nascondersi. In qualunque altro paese, dalla commissione non se ne sarebbe andata la minoranza, ma la maggioranza. E forse sarebbe caduto il governo. In Italia, nulla di tutto questo. Almeno in fatto di bronzo, il Cavalier Bisunto e i suoi cari sono dei superdotati. E chi ne è sprovvisto corre a farsi un lifting.
Prendete Il Giornale, ovvero il pony express delle superballe di Volpe & Marini. L'altroieri, mentre tutti i quotidiani annunciavano l'arresto di Volpe per calunnia, si presentava con una prima pagina decisamente avvincente. Primo titolo: «Titoli truffa». Allusione ai titoli del Giornale sulle tangenti a Prodi, Fassino e Dini? No, a quelli di Banca 121. Secondo titolo: «Garantismo screditato». Allusione ai garantisti pelosi che difendono Previti schiacciato dalle prove e accusano Prodi senza prove? No, all'indagine su Fazio. «Un dossier smaschera le bugie». Allusione alle bugie di Volpe e Marini, rilanciate dal Giornale? No, alle proteste dell'Ulivo sulla riforma della scuola. «È pericoloso, resti in carcere». Allusione all'arresto di Volpe? No, a quello di Cragnotti, peraltro un po' vecchiotto. «Domande senza risposta». Allusione ai fabbricanti di calunnie che siedono in commissione Telekom e non vogliono spiegare perché accreditarono Marini e volpe come formidabili «supertestimoni»? No, ai leader dell'Ulivo che rifiutano di farsi linciare ancora da giudici super partes del calibro di Trantino, Vito, Taormina, Consolo. Invano il lettore del Giornale avrà cercato un titolo in prima pagina dedicato all'arresto di Volpe, ma non l'ha trovato. «Causò tragedia, ucciso uomo radar»? No, non è questo. «Saranno gratis i farmaci anti-allergie»? Pare di no. «Trezeguet e Montero ko, juve sconfitta nell'arena del Deportivo»? Manco quello. «L'Alitalia non sarà privatizzata»? Nemmeno per sogno. Un titolo sull' affaire c'è, ma non parla di Volpe: «Telekom, la sinistra tenta dì liquidare la commissione». Per trovare un accenno al clamoroso arresto del calunniatore, bisogna munirsi di microscopio elettronico e sbirciare il sottotitolo: «In cella per calunnia il teste Volpe». Ah ecco, se ne sono accorti anche loro. Ma forse hanno un po' sottovalutato la notizia, mettiamola così.
Fortuna che provvede il Cavaliere, a rilanciarla: «Un governo dell'Ulivo finanziò un dittatore». Tre bugie in sette parole: non fu un governo, ma la Stet; non fu l'Ulivo a iniziare le trattative con Milosevie, ma il governo Berlusconi nel '94; e quanto a dittatori, il Cavalier Bisunto sì che se ne intende, avendo appena visitato e stretto accordi con Gheddafi (dittatore sanguinario compromesso col terrorismo internazionale), con Putin (autocrate responsabile del genocidio di 200 mila ceceni su un milione) e con i maggiorente del regime cinese (che fa pulizia etnica in Tibet e stermina i dissidenti, da piazza Tienanmen in giù).
Nel reparto satira, interviene Guzzanti (Paolo), spiegando che sì, c'è stata un'orrenda «trappola»: ma non del Polo contro l'Ulivo, bensì dell'Ulivo contro il Polo, per salvare Prodi & C. Lui aveva avvertito Trantino «con una dettagliata relazione», ma quello niente, «ha mangiato l'esca, l'amo e la lenza». Diavolo d'un Prodi: ingaggia Marini e Volpe e mette nel sacco i Trentatré Trantini.
Intanto i «terzisti» e i «riformisti» di tutti i giornali «indipendenti» tacciono o parlano d'altro. Intanto Pera e Casini, fra un viaggio ad Hammamet e l'altro, non dicono una parola. Ma si fa vivo Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente. Parla di gentaglia «reticente» che «si difende dalle inchieste e dai processi», ma non ce l'ha con Berlusconi: bensì con Prodi, Fassino e Dini. Prodi deve «presentare le sue scuse per aver consentito una trattativa e un contratto dì bestiale spregiudicatezza», dimenticandosi di spiegare dove sia la prova che fu Prodi a consentirlo (nuovi «supertestimoni» in arrivò?). Aggiunge che la commissione Telekom è «presieduta con mano galantomistica da Trantino»: e figurarsi come sono i mascalzoni, se i galantuomini sono come Trantino.
Infine il Platinette Barbuto concede benevolmente che ormai ci sono troppi «veleni». Scrive proprio così: «veleni», sparsi non si sa bene da chi. Non dice che c'è una calunnia accertata e che chi l'ha diffusa dovrebbe vergognarsi: dice che gli uomini dell'Ulivo «ritengono che al procedere della giustizia si mescolano elementi calunniosi», ma è una loro opinione. Non un fatto. Invita, bontà sua, a «spegnere il ventilatore», come se il problema fosse il ventilatore, e non la montagna di fango, anzi di sterco che i galantuomini su commissione vi hanno accumulato dinanzi. E comunque, intima Platinette, bisogna scarcerare al più presto Igor Marini, «in cella da troppi sospetti mesi». Altrimenti quello magari parla, magari dice chì è il burattìnaio. E ci vuole un altro lifting.
Tutto quello che volete sapere su: b silvio berlusconi b, commissione telekom serbiaIL LATTE ALLE GINOCCHIA
Mai visti tanti divieti come da quando governa (si fa per dire) la Casa delle Libertà. Vietato fumare, vietato superare i 130 all'ora, pene più severe per chi masterizza i Cd, per chi tarocca i decoder, per i maghi e le fattucchiere e, da ieri, persino per chi fuma uno spinello (la riforma antidroga voluta da Fini, allo studio da tempo, era stata prudenzialmente rinviata un paio di volte in attesa che si chiudessero le indagini su due sottosegretari tossici, onde evitarne l'arresto; e in attesa che passasse la mirabile controriforma della bancarotta fraudolenta, che un esimio parlamentare di An, Sergio Cola, aveva pensato bene di depenalizzare di fatto, riducendo le pene sotto i 3 anni, con divieto di arresto, di intercettazioni e di perquisizioni).
L'appello di Casini sulla "questione morale", l'intemerata di Berlusconi contro i "politici ladri" (esclusi parenti e amici, s'intende), i minacciosi avvertimenti di Paolo Romani a Milano ("se scopro qualcuno che ruba, lo caccio da Forza Italia"), i rigorosi manifesti di Ari per raccogliere nuovi iscritti (diceva lo slogan: "Astenersi affaristi", forse perché erano già al completo) facevano pensare che il ritrovato gusto per la tolleranza zero valesse anche per i tangentari. Anche perché, appena esploso lo scandalo Parmalat, dalla Casa delle Libertà si era levato un sol grido: "Fuori i nomi". Era sceso in campo, con un draconiano editoriale sul Giornale, persino James Bondi. Il quale, dopo aver elogiato la "moralità" intrinseca di Berlusconi, "esempio luminioso di imprenditore cattolico con venature giansenistiche", aveva chiesto le dimissioni del governatore Fazio in nome della "religione civile della questione morale e dell'etica degli affari", contro "la diffusa fiducia nell'impunità" dilagante in Italia. Il Pallore Gonfiato invitava poi la magistratura a non guardare in faccia nessuno e a "comminare sanzioni certe" ai complici del cavalier Tanzi, "anche quando (anzi, a maggior ragione quando) i protagonisti dell'immoralità sono gli amici". Probabilmente, James pensava agli amici degli altri, cioè dell'Ulivo, ingenuamente individuato come il referente unico di Calisto Tanzi. Per questo, da destra era tutto un coro: ''Fuori i nomi!". Ma si trattava di illusioni ottiche. È bastato che uscisse il primo nome, quello del ministro Gianni Alemanno di An: nome ,sbagliato, accidenti. Da allora il coro cambiò canzone: "Basta nomi". Purtroppo, però, i nomi cominciavano a uscire. Nomi bipartisan, trasversali, di tutti i colori. Politici di destra, di centro e di sinistra che Tanzi ha detto di aver pagato, nei verbali anticipati da "Repubblica" e pubblicati più dettagliatamente in questi giorni, a puntate, da "Libero". Com'era giusto e prevedibile, qualcuno ha smentito, qualcun altro ha ridimensionato, altri ancora hanno confermato. E la cosa è finita lì. Nessun dibattito politico, nessuna commissione parlamentare d'inchiesta (quelle si occupano di tangenti virtuali, tipo Telekom Serbia, e persino dei bilanci dellle società di calcio, ma di mazzette vere non pare il caso).
Ieri, poi, "Libero" ha rivelato che Tanzi ha detto di aver pagato anche un non politico, un direttore di giornale un po' sui generis: Giuliano Ferrara. Il signor Parmalat sostiene di averlo foraggiato con una borsata di soldi, un miliardo circa, per ripianare un debito del Foglio con la solita Banca di Roma del solito Cesare Geronzi. Nella migliore tradizione di "Prendi i soldi e scappa", il Platinette Barbuto avrebbe raccolto la borsa, avrebbe ringraziato il Cavaliere di Collecchio, e si sarebbe dileguato. "Mai più sentito". Che Ferrara avesse un rapporto, diciamo, elastico con il denaro, lo sapevamo da quando aveva confessato di aver preso soldi dalla Cia in cambio di qualche spiata su Craxi. Ma allora, almeno, con una mano prendeva e con l'altra dava. Stavolta che cos'ha dato Ferrara in cambio a Tanzi? Nulla, pare. In attesa di sapere se tali condotte rientrino nel cattolicesimo giansenistico del profeta Bondi, è forse il caso di spigolare fra gli ultimi editoriali del Foglio sul caso Parmalat: tutti improntati a un sano e ammirevole garantismo. No ai «gíudízi moralistici», ai «giochini linciatorii» , ai «veleni giustizialisti». Abbasso í «procuratori in crociata», gli «sputtanamenti su larga scala». E soprattutto basta con il «tintinnare di manette», con gli «interrogatori-tortura». Guai ad arrestare le persone per «stimolarle alla confessione e alla collaborazione». Anzi, Ferrara ricordava premuroso agli arrestati di Parmalat che «non collaborare» significa «esercitare un proprio diritto». Purtroppo, osservava amaro, «a sostenere le ragioni del diritto restano soltanto poche voci», fra cui la sua. E questa volta pareva persino sincero. Sembrava che il suo fervore umanitario, il suo anelito garantista, il suo empito solidale fossero slanci disinteressati. Finalmente - avevamo pensato - Ferrara non fa il garantista per i suoi amici. E, in un certo senso, era vero: lo faceva per sé.
Tutto quello che volete sapere su: pierferdinando casini, sandro bondi, sergio cola, paolo romani, gianni alemannoLEGALIZZARE LA MAFIA
Bisogna ringraziare Tony Renis e Adriano Celentano. Di cuore. Per aver ufficializzato ciò che si sospettava da tempo: nell'Italia del 2004 ci si può vantare di avere amicizie mafiose. Chi le ha, come Renis, parte avvantaggiato. Chi non le ha, come Celentano, se le inventa. L'importante è dire di averne almeno qualcuna, per non sfigurare. Altrimenti sul palco di Sanremo non si sale. «Legalizzare la mafia sarà la regola del 2000», cantava De Gregori qualche tempo fa. Aveva sbagliato di quattro anni: legalizzare la mafia è la regola del 2004. Almeno per l'Italia. Perchè gli altri paesi faticano a stare al passo con noi.
Fino a un mese fa un gruppo, per così dire, imprenditoriale moscovita sospettato di legami con la mafia russa pareva intenzionato ad acquistare la Roma. Poi, appena ha dato un'occhiata ai bilanci della società nel mirino della Guardia di Finanza, ha preferito ritirarsi. Nemmeno la mafia russa si fida più dell'Italia. Per fortuna, nel made in Italy, resiste a testa alta Cosa Nostra. Pare sia molto apprezzata dai boss americani: a corto di manodopera, i boss d'Oltreoceano hanno avviato una campagna di reclutamento in Sicilia.
Se n'è accorto anche l'Economist, che essendo inglese si occupa ancora di mafia italiana: l'altro giorno ha pubblicato una finta lettera di Bernardo Provenzano, che ringraziava il governo Berlusconi per l'impegno profuso nella lotta contro l'antimafia. Il "Corriere della sera" e altri giornali hanno severamente redarguito il settimanale britannico: certe cose si sanno, ma non si scrivono. Dalla Russia giunge notizia di un inedito concorso canoro riservato ai detenuti: possono partecipare tutti i detenuti dello Stato e alla fine chi vince, qualunque reato abbia commesso, ottiene in premio la libertà. È un'idea per il prossimo Festival, che tutti dicono di voler rinnovare. Si potrebbe tenerlo, anzichè al teatro Ariston, al carcere di Sanremo. Alla premiazione potrebbe provvedere, come ai bei tempi, l'ex assessore Bissolotti, per gli amici «Pinocchio». Trovandosi agli arresti, sarebbe già lì.
Il Festival di Sanremo intanto prosegue in Parlamento, dove l'altro giorno s'è tenuto un appassionante dibattito su un gravissimo scandalo, smascherato a chiare lettere da un benemerito deputato dell'Udc, Emerenzio Barbieri. «Un vicequestore della Polizia di Stato - ha denunciato Barbieri il 24 febbraio in una vibrante interrogazione parlamentare - in aspettativa sindacale non retribuita dal 2001, possiede una società cui vengono affidate consulenze sulle intercettazioni decise dalla Procura di Palermo. Ed è in possesso di un archivio sulla criminalità organizzata probabilmente superiore a quello del Viminale». Della qual cosa «c'è da essere preoccupati», tantopiù che il vicequestore in questione, Gioacchino Genchi, ha un gravissimo conflitto d'interessi: «sua moglie è un magistrato che lavora a Palermo». Il governo, per bocca del ministro Giovanardi (Udc, stesso partito del Barbieri), gli ha risposto che purtroppo è tutto regolare. Ma si provvederà. Il coriaceo deputato - casualmente compagno di partito di Cuffaro e Borzacchelli, gli indagati dell'Udc siciliana su cui indaga anche Genchi - non demorderà.
Perchè la cosa è inquietante: che alle indagini antimafia collabori un vicequestore della polizia anzichè, per esempio, un mafioso, è già molto grave. Ma che addirittura il vicequestore sia sposato con una giudice, anzichè, per dire, con Ninetta Bagarella, è una vera vergogna. Genchi ha qualche giorno di tempo per trovare qualche amicizia mafiosa da vantare. Altrimenti dovrà lasciare l'antimafia.
Torna, come si può notare, la «questione morale». Prepotentemente. L'ha invocata, per la seconda volta in tre mesi, il presidente della Camera Pierferdinando Casini in un'intervista a "Repubblica". Ma alla sua maniera: parlando di «veleni» che rischierebbero di «avvelenare tutti i pozzi della politica». Forse è un richiamo autobiografico, visto che Calisto Tanzi ha appena dichiarato ai giudici di aver finanziato anche lui (e lui ha smentito). Casini è preoccupato da un eventuale «secondo tempo di Mani Pulite», cioè dalle inchieste. Decisamente meno dal secondo (o terzo, o quarto) tempo di Tangentopoli, cioè dal malaffare. Se Piercasinando impugnasse il pallottoliere e facesse un rapido conto dei deputati (anche del suo partito) inquisiti o imputati o condannati che siedono felici nella sua Camera, magari troverebbe spunti interessanti di riflessione. Per ora, preferisce invocare il «dialogo» su presunte «riforme».
Tutto quello che volete sapere su: pierferdinando casini, tony renis, emerenzio barbieriM'ILLUMINO D'INCENSO
La foto dell'ultimo Porta a porta pubblicata ieri dall'Unità in prima pagina rende bene l'idea delle funzioni svolte da Bruno Vespa. Il molesto insetto compare amorevolmente chino sull'Unto del Signore, nella tipica postura del barbiere intento a fare lo shampoo e la manicure al cliente più affezionato. Un piccolo anticipo di quello che sta apparecchiando la Premiata Barberia Raiset per la campagna elettorale. Sarà della partita anche Pigi Cerchiobattista con un nuovo quotidiano post-Tgl (già zona Biagi), sfiziosamente intitolato Batti e ribatti. A Canale 5 non vedono l'ora: Bonolis stava seppellendo Striscia la notizia e la Rai, premurosa, provvede. Vicecaposcuola del «terzismo», Battista s'è subito sistemato la coscienza invitando Biagi. Risposta dei vertici Raiset: una bestemmia seguita da turpiloquio. In tv si ospitano terroristi, canari, serial killer, ma Enzo Biagi e simili pericolosi incensurati proprio no. Ora Battista è in ambasce: maestro del colpo al cerchio e alla botte, è rimasto senza cerchio (o senza botte). Ora pare che il programma verrà ribattezzato in corsa. Non più Batti e ribatti. Ma, semplicemente, Batti.
Incerto anche il destino di Antonio Socci, noto frequentatore di se stesso. Dopo la quarantena seguita agli strepitosi insuccessi di Excalibur 1, il sagrestano di Arcore ci ha riprovato lunedì con Excalibur 2, dal titolo sbarazzino Luned'talia. Roba forte. La sigla, copiata da RaiOt, consisteva nelle evoluzioni di una bella ragazza con spadone in mano, modello Uma Thurman. La stessa ragazza compariva poi in studio al fianco dì Socci, nel ruolo di valletta muta e decisamente annoiata. Tipo quella di Biscardi, anche se quella di Biscardi ogni tanto parla per lanciare la pubblicità. Anche lo studio era congegnato come al Processo del lunedì: un pollaio con una ventina di posti (quasi tutti riservati a forzisti e affini), dove tutti parlano su tutti di tutto (una trentina di argomenti scelti a casaccio) e nessuno capisce niente. Ospite fisso, come al Processo, Giampiero Mughini. Al posto di Maurizio Mosca, inspiegabilmente assente, un politico della sua statura: Renato Brunetta, col compito di impedire a Pezzotta di proferire verbo. E, nel ruolo di Luciano Gaucci, ecco Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente. Momentaneamente sprovvisto di valigette con banconote, ha dato del «bollito» a Occhetto. Alla fine, risultato strepitoso: 4 per cento di share, la peggiore performance di Rai2 degli ultimi due anni. Sono soddisfazioni.
Socci, però, non demorde. Anzi si dice «abbastanza soddisfatto». Rivela che «non volevo andare in onda il lunedì». Ma l'hanno mandato allo sbaraglio (un caso di autoboicottaggio, visto che il ragazzo è pure vicedirettore di Rai2). Contro una concorrenza feroce, «paurosa», sulle altre reti: l'ennesima replica di Julia Roberts e di Giovanni Paolo I. Roba proibitiva, per uno che perde il confronto anche col monoscopio. «Il nuovo programma - si autoelogia - dà qualità e autorevolezza alla rete. La illumina». '
Ecco: non è lui che sbaglia, è il pubblico che non capisce. E non s'illumina. Ma è solo questione di «tempo», perché «posso ancora crescere». E soprattutto illuminare. «Santoro - spiega - ha avuto anni per creare un suo pubblico»: il fatto che Santoro aumentasse gli ascolti di puntata in puntata, mentre lui precipita, non gli dice nulla. Diamogli tempo: a lasciarlo fare, è capace di raggiungere il 2 per cento in prima serata, che è un po' come fare 1 al Totocalcio: sempre più difficile; Forse Luned'Italia è un altro programma educativo, come quello annunciato l'altra sera dal Cavalier Bisunto e dalla Ministra Mummia, per insegnare l'inglese ai ragazzi mentre mangiano. Avete un bambino un po' ritardato? Mostrategli Socci: «Lo vedi quello lì? Pensa, è vicedirettore di una rete Rai, conduce un programma e scrivere editoriali sui giornali dei presidente del Consiglio. Se ce l'ha fatta lui, c'è speranza anche per te>, E subito il piccino si rincuora. Anzi, si illumina.
Ora l'imbarazzo in casa Raiset si taglia col coltello. Marano non dice nulla, Cattaneo aspetta che qualcuno gli dica cosa dire, la Annunziata dice qualcosa ma nessuno lo capisce. Scene che ricordano il film «I complessi», in cui Alberto Sordi nei panni di Guglielmo Bertone supera tutte le prove per diventare lettore del telegiornale, e nessuno osa dirgli che non può andare in onda con quei denti da tricheco. Ecco: si cerca qualcuno che abbia il coraggio di comunicare a Socci che non è portato per la televisione. Magari potrebbe provare con la radio. O magari con niente, che sarebbe proprio il suo ramo.
Tutto quello che volete sapere su: b silvio berlusconi b, antonio socci, bruno vespaSMEMORATI E SMENTITI
Ora almeno la smetteranno di festeggiare, dopo aver letto le motivazioni della sentenza Sme-Ariosto firmate dai giudici Luisa Ponti, Carmen d'Elia e Guido Bramhilla. Perché nel novembre scorso, quando uscì il dispositivo, cantavano vittoria. Previti condannato a 5 anni (in aggiunta agli 11 già totalizzati per Imi-Sir e Mondadori), Pacifico a 4, Squillante a 8, Berlusconi salvo per Lodo ricevuto, e quelli esultavano. «Crolla il teorema della Boccassini», commentava il più intelligente di tutti, Giuliano Ferrara. Tentava persino di far credere che fosse «caduta l'accusa per la Sme»; esigeva «pubbliche scuse» dal gruppo Repubblica-Espresso che aveva a lungo dubitato della regolarità della causa che aveva annullato il precontratto fra Prodi e De Benedetti per la privatizzazione del gruppo alimentare; diceva che ormai Berlusconi era salvo anche senza Lodo, perché la Fininvest in quella storia non c'entrava nulla.
Invano i pochi esperti del processo facevano notare che Previti, Squillante e Pacifico erano stati condannati per tutto il capo A: quello che comprende i 434.404 dollari versati dalla Fininvest tramite Previti a Squillante nel 1991, ma anche il miliardo versato da Barilla (socio del Cavaliere) a Pacifico nel 1988, all'indomani della sentenza di Cassazione sulla Sme, miliardo poi spartito da Pacifico fra se stesso (50 milioni), Previti (850) e Squillante (100). Insomma: la cordata Fininvest-Barilla-Ferrero (Iar) pagò due avvocati e un giudice per pilotare la causa Sme. Se queste sono le cause regolari, figurarsi quelle irregolari. Ma il Platinette Barbuto continuava a esultare: 16 anni di galera a Previti gli parevano pochi. Forse si aspettava l'ergastolo.
La sentenza smentisce platealmente anche le balle raccontate da Silvio Berlusconi nelle dichiarazioni spontanee a puntate rese al tribunale il 5 maggio e il 17 giugno 2003. Ecco le tre più grosse.
Il verginello. «Non c'era nessun mio interesse diretto - aveva detto - nell'acquisizione della Sme né di alcuna delle aziende che fossero della Sme. Ma Craxi mi pregò, in maniera molto affettuosa ma pressante, di mettermi a disposizione... e di mettermi in campo con la mia concretezza per presentare un'offerta. Io alla fine lo feci. Il mio intervento fu utile a mettere insieme la cordata dei Barilla e dei Ferrero. Ma al momento della presentazione dell'offerta finì completamente il mio agire per l'acquisto della Sme... Fininvest non aveva interesse all'acquisto di una sola società, neppure di un biscotto prodotto dalla Sme». Frottole: «Silvio Berlusconi - scrivono i giudici - aveva detto che lui non aveva alcun interesse nella vicenda giudiziaria... Ma la lar, di cui era azionista la Fininvest insieme a Barilla, è intervenuta in tutti i gradi del giudizio... Deve ritenersi innanzitutto, e per certo, che l'iniziativa di costituire una cordata per impedire che fosse autorizzata l'esecuzione delle intese De Benedetti-Prodi sia stata assunta da Silvio Berlusconi».
Colpa di Prodi. Berlusconi pretendeva addirittura una «medaglia d'oro il valore civile» per aver tatto risparmiare allo Stato 2000 miliardi: a suo dire, già nel 1986, la Sme valeva 2500 miliardi e Prodi la voleva «svendere» a De Benedetti per 497. Un prezzo «sconveniente e scandaloso», una «indegna speculazione ai danni dei cittadini e dello Stato». Fortuna che intervenne lui, il Cavaliere Bianco. Ma i giudici lo smentiscono su tutto il fronte: tirare in ballo Prodi, addirittura insinuando che avesse intascato tangenti da De Benedetti, fu «pretestuoso»: «oggetto del processo non è in alcun modo la convenienza dell'operazione di dismissione, o l'adeguatezza del prezzo e quant'altro attinente il contenuto di siffatte intese; non è neppure il comportamento del prof. Prodi o dei componenti dell'intero Consiglio di amministrazione Iri, che ha deliberato all'unanimità l'approvazione delle intese». Quanto al prezzo, «si può discutere all'infinito, essendo materia molto opinabile». E sulla congruità si pronunciarono nel 1986 due periti indipendenti e l'intero Cda dell' Iri. Ma anche Berlusconi, che presentò una controfferta di appena il 10 per cento più alta.
Omega bugiarda. «La signora Ariosto - piagnucolava il Cavaliere - ha mentito su tutto: non c'è una sola delle sue denunce che sia stata confermata come veritiera. Mente abitudinariamente». Col tipico processo di transfert, Berlusconi attribuisce alla Ariosto le proprie abitudini menzognere. Infatti, per ì giudici, la teste Omega è la «fonte prima di prova... sulla natura e contenuto dell'accordo intervenuto tra Previti e Squillante, ma anche sui pagamenti erogati a quest'ultimo... Le sue dichiarazioni sono poi state riscontrate, nello specifico, da altre oggettive emergenze, prima di indagine e poi dibattimentali». Che hanno conferito alle parole della Ariosto «una valenza unica e incontestabile». I bugiardi sono Berlusconi e Previti. Ma questa, nella sentenza, è la novità meno nuova.
Tutto quello che volete sapere su: b silvio berlusconi b, giuliano ferrara, cesare previtiSENTI CHI PARLA
Mentre il Tribunale di Milano depositava la sentenza che, per la seconda volta in meno di un anno, dimostrava le mazzette pagate ai giudici dalle sue aziende tramite l'apposito Previti, il presidente del Consiglio dibatteva amabilmente con se stesso su come riformare la giustizia. La scena, piuttosto surreale, si svolgeva negli ospitali studi di "Radio anch'io ", già celebri per altre dichiarazioni spontanee del Cavalier Bisunto. Prima di tutto, il solenne annuncio: «28.8 milioni di italiani pagano meno tasse». Dopo tanti incoraggiamenti all'evasione fiscale «moralmente lecita», finalmente si raccolgono i primi frutti. Quelli sono i suoi evasori, e lui li conosce a uno a uno, per nome e cognome. Ha voluto abbracciarli idealmente tutti, in vista delle prossime scadenze elettorali.
Poi lo Statista di Milanello ha lanciato l'ultima proposta sulla giustizia, subito accolta con entusiasmo da Forza Italia, dalla Margherita e dal procuratore di Palermo: se l'imputato viene assolto, il pm non può fare appello; se l'imputato viene condannato, l'imputato può fare appello. È la famosa «parità tra accusa e difesa» a lungo invocata dai garantisti all'italiana e consacrata dal nuovo articolo 111 della Costituzione, detto anche «giusto processo». Ora finalmente è chiaro quale sia, per lorsignori, il processo giusto: quello che (li) assolve. Se (li) condanna, è ingiusto.
Lo scopo del processo penale non è, come erroneamente si era ritenuto per alcuni millenni, accertare la verità e condannare i colpevoli di un reato. È farla franca. Se uno ci riesce subito, bene. In caso contrario, si prosegue ad libitum finchè non arriva l'assoluzione o, in mancanza di meglio, la prescrizione. Ritenta, sarai più fortunato. Il Giustiniano della Brianza spiega che è così anche in America e in Inghilterra. Gli sfugge un piccolo particolare: l'appello sul merito, nei paesi di common law, non esiste. È limitato ai rarissimi casi di nuove prove o, di fronte alla Corte suprema, alle rare violazioni di legge. Con il processo all'americana, Berlusconi sarebbe in galera da anni, avendone totalizzati una decina in ben tre condanne di primo grado fra il 1997 e il '98. Resta da capire che cosa gli sia saltato in mente di lanciare quell'idea. Pare difficile che sia preoccupato per l'eccessiva durata dei processi, almeno dei suoi: quello di primo grado sulla Sme ha compiuto ieri i suoi primi quattro anni grazie all'indefesso prodigarsi suo e dei suoi avvocati. Dove vuole arrivare il Cavaliere, visto che non ha processi d'appello in corso? Forse ha saputo dallo Spirito Santo, tramite Baget Bozzo, che verrà assolto in primo grado e condannato in appello per la Sme, e si porta avanti col lavoro? Prima o poi lo capiremo, anche perché l'uomo non è proprio noto per gli slanci disinteressati: vedi falso in bilancio, rogatorie, Cirami, rientro dei capitali, bancarotta, mandato d'arresto europeo. Il vero problema si porrà quando uno dei suoi proporrà di ridurre le pene dell'omicidio.
Interessante anche la replica delle cosiddette opposizioni all'ultimo delirio radiofonico: nessuno ha fatto notare che il padrone della Fininvest che corrompeva i giudici con danni «devastanti per la democrazia» dovrebbe tacere, sul tema giustizia, di qui all'eternità. E non solo lui: mai come in questi giorni si sono occupate di giustizia persone che farebbero meglio ad astenersene. Tanzi confessa di aver donato a Ferrara una borsa con 500 milioni o un miliardo, e Ferrara per tutta risposta chiede la scarcerazione di Tanzi. Una certa sinistra francese chiede la liberazione del pluriomicida Cesare 'Battisti perché processato con «leggi speciali» in quello «Stato di polizia» che sarebbe l'Italia. Il governo italiano risponde sdegnato e chiede l'estradizione: purtroppo, a dire che l'Italia «sta allegramente avviandosi verso lo Stato di polizia», è stato il presidente del Consiglio in persona, due settimane fa, solo perché gli avevano perquisito il Milan. Illustri commentatori italiani ricordano che Battisti ha una condanna definitiva per omicidio e che non basta saper scrivere bene per ottenere trattamenti privilegiati. Il cosiddetto ministro Castelli attacca i francesi e intima loro di collaborare con la giustizia italiana: purtroppo è lo stesso che da anni ostacola con le unghie e coi denti ogni strumento di cooperazione giudiziaria europea (la nota «Forcolandia»), e non pare attivissimo nel sollecitare l'estradizione di Delfo Zorzi, condannato (in primo grado) per la strage di Piazza Fontana, imputato per Piazza della Loggia e provvidenzialmente assistito dall'ora. avv. pres. prof. ind. Gaetano Pecorella. A questo punto, profittando della confusione generale, Sofri chiede la scarcerazione di Priebke.
Ora - come ha scritto Massimo Fini - Tanzi chiederà la scarcerazione di Cragnotti. E viceversa.
Tutto quello che volete sapere su: b silvio berlusconi b, cesare previtiL 'interista-milanista
Che in democrazia i bugiardi possono perdere le elezioni non è una novità. Ne sanno qualcosa gli americani, da Nixon a Gary Hurt. Ma è una novità sconvolgente per il cavaliere Silvio Bugiardoni, che di storia e di democrazia s'intende poco. Ora non vorremmo che cominciasse a preoccuparsi e a diventare nervoso, temendo ripercussioni ed effetti collaterali anche in Italia. Paventando, insomma, di finire come gli amici dell' amico Aznar. Per sua fortuna non siamo in Spagna, siamo in Italia. In Spagna, per dire, non c'è Bruno Vespa che fa scegliere agli ospiti gli intervistatori e anche le domande. Non ci sono nemmeno i Ferrara e le Palombelli, che fanno finta di discutere con un paio di parenti a sera. Insomma, c'è l'informazione. In Italia, poi, le bugie sono come i debiti e i reati: conta la quantità. Oltre una certa soglia, smettono di essere un handicap e diventano un vantaggio. L'importante è raccontarne tante, di bugie, in continuazione, senza fermarsi mai. Ma da questo punto di vista, il Cavaliere Bugiardoni è in una botte di ferro: anche nel caso puramente teorico che qualcuno volesse smentirlo, non reggerebbe il ritmo. Aznar, allievo un po' zuccone, ne aveva raccontate appena un paio: lo hanno subito beccato. Ha fatto bene a ritirarsi: non era portato per la politica. L'amico Silvio, invece, lui sì che ci sa fare. Nelle due ore scarse di dichiarazioni spontanee al tribunale di Milano, riuscì a piazzare 85 balle (una ogni minuto e 23 secondi), l'una diversa dall'altra, senza neppure prepararsi, e soprattutto riuscendo a rimanere serio sino alla fine. Un anno fa serviva una bufala urgente per Bush e Blair, altri pericolosi principianti, sulle armi di distruzione di massa di Saddam. II Cavaliere provvide a stretto giro di posta regalando agli alleati una patacca di Panorama: quella sull'uranio comprato dall'Iraq in Niger. Faceva talmente ridere che perfino Carlo Rossella aveva esitato a pubblicarla. Ma in America e in Inghilterra fece la sua bella figura. E i bombardieri si alzarono in volo.
«Berlusconi mente anche quando respira», diceva Montanelli che lo conosceva bene, «è un bugiardo in buona fede, perché alla fine crede alla balle che racconta». Lui, per esempio, è convinto di essere milanista. In realtà - come ha scoperto l'altro giorno il Tuttosport - è sempre stato dell'Inter. Lo ha testimoniato Giovanni Picozzi, uno dei giocatori della squadra dell'Edilnord, che il futuro Cavaliere allenava (o almeno dice di aver allenato): «hanno raccontato un sacco di balle su Berlusconi allenatore. Berlusconi non ha mai diretto nemmeno un allenamento. Ci si trovava la domenica a Brugherio e lui dava le maglie. Qualche giocatore arrivava dal Milan, ma anche dall'Inter, squadra per la quale il presidente allora faceva il tifo. Sì, davvero, era interista». Poi divenne «milanista da sempre» (forse con un breve intervallo di simpatia per il Palermo, in onore di Dell'Utri e Mangano) e fece sparire ogni traccia anche di questi inconfessabili trascorsi nerazzurri. Il piccolo scoop del Tuttosport è rimasto, ovviamente, clandestino. Eppure in Italia si può cambiare tutto - look, faccia, moglie, amante, religione, partito, sesso - ma non la squadra del cuore. Tant'è che da anni Sabrina Ferilli viene perseguitata dal sospetto di essere stata, un tempo, laziale. Come un Emilio Fede qualunque, passato dalla fede bianconera a quella rossonera del padroncino. Del cavalier Bugiardoni invece non si discute, mai, nemmeno a proposito del tifo. Salvo che, si capisce, non lo decida lui.
L'informazione serve, per l'appunto, a questo. Non come nelle democrazie vere, a smascherare le bugie del potere, ma a mascherare le più indecenti e a rilanciare quelle più facili da spacciare sul mercato. Collaborano nell'impresa i cosiddetti intellettuali «terzisti» e «riformisti». In un altro paese sarebbero ridotti a scrivere sui muri, in Italia occupano le prime pagine. Ieri, per esempio, era il turno di Angelo Panebianco che al solito si avventurava nel mondo per lui misterioso della giustizia, ma con la consueta aria dell'intenditore. Questa volta, parlava di Tanzi e Cragnotti. Il celebre inesperto è preoccupato per un grave «vizio delle nostre istituzioni». Niente paura, non si riferisce alla particolare predilezione delle nostre istituzioni al furto con scasso. Bensì all' «uso eccessivo della carcerazione preventiva». E non per tutti i reati: essa può essere lunga quanto si vuole per «mafiosi, terroristi, assassini, sequestratori e rapinatori incalliti». Ma per i colletti bianchi no. Nemmeno se i colletti bianchi riescono a rubare in una frazione di secondo mille volte più soldi di un rapinatore nell'intero arco della sua vita. Dice il noto inesperto che «una detenzione a casa per Tanzi avrebbe sortito gli stessi risultati» del carcere. Fantastico: uno che fino a tre mesi fa faceva martellare i computer dai suoi manager per cancellare le prove deve essere mandato a casa. Idem per Cragnotti, «detenuto ormai da più di 30 giorni», fatto «sconcertante» visto che «non era mai fuggito e non aveva più cariche nel gruppo». I1 fatto che avesse tentato di ricomprarsi l'azienda fallita con i soldi rubati, al professor Parebianco non dice nulla. Anche perché Panebianco di questi casi non sa nulla. Dice che siamo un «Paese illiberale», salvo poi offendersi quando i francesi, sul caso Battisti, dicono le stesse fesserie. Mette nel calderone il caso Tortora, il referendum sui giudici, Tangentopoli, i suicidi per concludere che «nulla è cambiato». Naturalmente non è così. L'8 agosto '95 fu approvata una legge che rendeva molto più difficile la custodia cautelare, soprattutto per i colletti bianchi. Ma tutto questo Panebianco non lo sa. Per quelli come lui, bisognerà ritoccare le ultime parole di Cristo: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che scrivono».
sabato, 20 marzo 2004
Trippe d'assalto
Continua a mietere vittime la plaga delle truffe agli anziani. Dopo il triste caso del vecchietto raggirato, suicida per la vergogna, si segnala quello di una coppia di ottantenni torinesi buggerati due volte, nel 2000 e nel 2004, e - quel che è peggio - dallo stesso truffatore. Molti quotidiani, fra cui Il Giornale di Berlusconi, hanno giustamente denunciato l'eccessiva mitezza delle pene previste per questo reato, sostanzialmente impunito. Sante parole. In Italia, per esempio, c'è un tizio che per ben due volte, nel 1994 e nel 2001, è riuscito a raggirare milioni di pensionati: si è introdotto in casa loro grazie alle tv, ne ha carpito la buona fede con promesse mirabolanti e, una volta ottenuto ciò che voleva, s'è adoperato per scippare le loro pensioni.
L'Italia, a onor del vero, è il paese ideale per le truffe: qui non è necessario il genio criminale di uno Stavisky, bastano una Wanna Marchi, un Mago do Nascimiento e una statuetta di sale per bidonare decine di migliaia di persone. La Spagna appare più accorta. E l'incredulità con cui, da noi, è stata accolta la vittoria della sinistra spagnola la dice lunga sull'abisso che ci divide anche dalla Spagna (qualche anno fa avremmo detto «perfino dalla Spagna»). Come siano andate le cose domenica, è chiarissimo. Il governo uscente di Aznar manipola le notizie sugli attentati di Madrid, puntando il dito contro l'Eta. Invece si tratta di terrorismo islamico, che ha scelto proprio la Spagna in quanto è l'unico paese d'Europa che ha avuto l'idea geniale di spedire truppe in Irak senz'aver partecipato alla guerra, a raccogliere i cocci lasciati dagli angloamericani. L'unico, si capisce, insieme all'Italia. A quel punto non è che gli spagnoli diventano tutti comunisti o seguaci di Bin Laden dalla sera alla mattina. Chcchè se ne dica in Italia - come ha spiegato Elisa Martin de Blas in una lettera a Repubblica - «non hanno vinto i terroristi, non ha vinto la paura: ha vinto invece la dignità di un Paese che non vuol essere preso in giro. La necessità, più che mai, di avere governi responsabili e trasparenti».
La destra spagnola ha preso la sconfitta sportivamente. Aznar e il suo delfino restano comunque dei democratici. E mai si sognerebbero di commentare la propria sconfitta come hanno commentato la loro i vari Gasparri, Selva, Ferrara & C. Già, perché i più infuriati per le elezioni spagnole non sono i conservatori spagnoli. Sono i berlusconiani italiani. Che sproloquiano sulla «vittoria di Bin Laden», sul «successo del terrore», fino al delirio di Gustavo Selva, presidente della commissione Esteri del Senato, che dà ìl benvenuto al nuovo governo spagnolo: «Bin Laden segna un altro punto al suo attivo con la vittoria di Zapatero». Manca solo che chieda di bombardare Madrid. Berlusconi, anziché congratularsi col nuovo premier, preferisce chiamare Aznar. Pare che continuerà a organizzare i vertici con lui, come ai bei tempi, anche se ha perso e s'è pure ritirato dalla politica. Gli mancherà, comunque. A parte i servigi resi dall'amico Josemaria per il processo su Telecinco, è proprio un fatto psicologico: fare i maggiordomi di Bush e Blair in due, è sopportabile. Farlo da soli diventa umiliante.
Anche Pigi Cerchiobottista, nella prima puntata di Batti e Ribatti, ha voluto intonare il ritornello della vittoria di Osama, sia pure con l'aria assente tipica dei terzisti: «II terrore - ha detto - fa politica e sovverte i risultati elettorali. Così non era mai accaduto». In realtà, il terrorismo ha sempre fatto politica, come ricordava ieri Sigmund Ginzberg sull'Unità. Ma di solito rafforzava i partiti di destra, fautori della «linea dura». In Spagna, a sovvertire i risultati elettorali, non è stato l'attentato: sono state le bugie sull'attentato. «Le elezioni - ha spiegato Antonio Vera, direttore dell'istituto di sondaggi Ipsoa, a Repubblica - non le han vinte i socialisti, le ha perse il governo. Aznar ha dato l'impressione di non informare adeguatamente sugli sviluppi delle indagini, di occultare qualcosa. E' stato fondamentale il ruolo della stampa, che ha svelato i retroscena delle indagini». Se Aznar avesse detto subito la verità, non avrebbe perso 15 punti in due giorni.
Ora, comprensibilmente, l'idea che i governi e i giornali non debbano mentire ha seminato il panico nelle redazioni del Giornale e del Foglio che, in quel caso, perderebbero la loro ragione sociale. I due house organ hanno schierato le truppe d'assalto. O meglio, nel caso di Ferrara, le trippe d'assalto. Il Platinette Barbuto, sempre molto intelligente, ha speso migliaia di righe per dimostrare che «Aznar non ha nascosto la pista islamica», «s'è comportato in modo eticamente impeccabile». Secondo l'etica arcoriana, s'intende. Purtroppo gli spagnoli non hanno capito. Pare che non leggano neppure Il Foglio.
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